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Dermatite atopica - in una coorte di bambini dalla nascita alla etą di 5 anni
 

Introduzione

Stime di prevalenza

La dermatite atopica è malattia diffusa nella popolazione. I picchi di frequenza si situano in età infantile.

Negli ultimi decenni, si è assistito ad un moltiplicarsi degli studi di prevalenza (Tabella 1) (1-14). Ciò ha portato a definire il profilo di distribuzione della malattia a livello geografico ed in funzione di variabili diverse come l'area di residenza, il gruppo etnico, lo stato socio-economico. Nei Paesi con clima temperato, la prevalenza lifetime di dermatite atopica, nel periodo compreso tra 0 e 10 anni d'età, si aggira attorno al 20% con una lieve preponderanza del sesso femminile.

Inoltre svariati dati indicano che la prevalenza di dermatite atopica è andata aumentando negli ultimi 40-50 anni (15-20).

La prevalenza della dermatite atopica mostra inoltre marcate differenze geografiche (14). In generale, i valori di prevalenza più elevati erano riscontrati in nord Europa, Australia, Giappone ed i più bassi nella parte orientale e centrale dell'Europa e nel continente asiatico. Nella maggior parte dei Paesi esaminati, prevalenze maggiori erano riscontrate nelle aree urbane rispetto a quelle rurali.

Pochi dati sono disponibili per la situazione italiana. Nell'ambito dello studio ISAAC, sono stati studiati bambini provenienti da 14 differenti città italiane. Su un campione bambini d'età compresa tra 6 e 7 anni, la prevalenza periodale (un anno) era stimata pari a 5,8% con una prevalenza di dermatite atopica grave pari a 0,1%. Nello stesso studio, su un campione di 26.477 bambini di età compresa tra 13 e 14 anni, la prevalenza era del 5,7% con dermatite atopica grave nello 0,4%.

In un secondo studio (1), la prevalenza di dermatite atopica stimata in un campione di 1369 bambini di 9 anni d'età in 7 città italiane era pari a 5,8% (intervallo di confidenza 95%, 4,5-7,1%) con valori pari a 5,7% (intervallo di confidenza 95%, 4,0-7,3%) nei maschi e 6,0% (intervallo di confidenza 95%, 4,1-7,8%) nelle femmine. Le stime originate nei due studi italiani sono coerenti tra loro ed indicano che, in Italia, circa un bambino su 20 soffre di dermatite atopica ma solo 1-4 bambini su 1000 presentano una forma di dermatite atopica classificabile come grave.

Non sono tuttavia disponibili informazioni sulla frequenza della dermatite atopica ottenuta dalo studio di una coorte di bambini italiani seguiti dalla nascita alla prima infanzia.

Fattori di rischio

Con riferimento ai fattori di rischio , si osserva un rapporto diretto tra classe sociale e frequenza di malattia: la prevalenza è più elevata nei gruppi socio-economici più abbienti (21). La classe sociale è un indicatore che riassume svariati fattori che potrebbero giocare un ruolo eziologico nella dermatite atopica come la dimensione del nucleo familiare, l'esposizione precoce ad infezioni, le condizioni abitative.

Tra gli altri fattori di rischio, il più importante è il fattore genetico. La concordanza per dermatite atopica tra gemelli monozigoti è stata calcolata pari a 0.8 mentre per gemelli dizigoti è pari a 0.2 (22). Si può stimare come un bambino con un parente di primo grado affetto abbia una probabilità del 20-25% di sviluppare la malattia. La probabilità si avvicina al 50% in presenza di due o più parenti affetti.

E' evidente come l'aumento di prevalenza osservato negli ultimi 40-50 anni, stante il limitato intervallo temporale, non possa essere spiegato solamente da fattori genetici. A favore del ruolo di fattori ambientali possono, inoltre, essere menzionate le ampie variazioni di prevalenza osservate tra differenti Paesi e la tendenza di gruppi etnici che muovono da un Paese all'altro ad "acquisire" la prevalenza del Paese di accoglienza. Tra i fattori di rischio ambientali sembrano cruciali le esposizioni che si situano in età prenatale (in utero) e perinatale. In particolare, assumono importanza le caratteristiche dell'abitazione, l'esposizione precoce ad agenti infettivi e la dieta.

I dati relativi alla dieta, e soprattutto all'allattamento al seno, non sono univoci. Un'esposizione precoce ad una dieta variata e potenzialmente antigenica è stata associata ad una aumentata incidenza di dermatite atopica. Tra le sostanze che sembrano giocare un certo ruolo vi sono le uova, il latte vaccino, le arachidi, soia e farinacei. E' stato dimostrato che restrizioni dietetiche con riduzioni degli alimenti più frequentemente chiamati in causa, nella madre durante la gravidanza e l'allattamento e successivamente nel bambino nelle fasi precoci della vita, riducono l'incidenza di dermatite atopica nei bambini. Lo studio ISAAC mostra, dopo aggiustamento per la classe sociale, una relazione inversa tra consumo di cereali e verdura fresca e la dermatite atopica (24). Per quanto riguarda l'allattamento al seno, esistono risultati decisamente controversi (25-30). Un recente lavoro (30) documenta la presenza di contaminanti nel latte materno, come il diclorodifenildicloroetilene (DDE) che potrebbero contrastare l'effetto protettivo dell'allattamento al seno e giustificare i risultati contrastanti presenti in letteratura.

Tra i fattori eterogenei chiamati in causa come fattori di rischio possiamo citare una durata della gravidanza superiore a 40 settimane (31) e l'età della madre alla prima della gravidanza (32). L'interpretazione di questi ultimi dati è del tutto incerta.

Nella prima infanzia altri fattori di rischio suggeriti sono principalmente l'esposizione ad allergeni ambientali, ed infine le infezioni. E' stata dimostrata un'associazione tra uso di radiatori nell'ambiente domestico e umidità dell'ambiente domestico e prevalenza di dermatite atopica (33). Nonostante che sia stata dimostrata una associazione negativa tra frequenza di aspirazione delle polveri in casa e dermatite atopica, gli studi sperimentali che valutano l'efficacia di misure atte a ridurre le polveri domestiche non sembrano dimostrare effetti rilevanti nella dermatite atopica. La prevalenza di dermatite atopica sembra maggiore in coloro che vivono nelle vicinanze di strade di grande percorrenza (5). Tuttavia, il ruolo di agenti inquinanti ambientali come diossido di zolfo o protossido di azoto originati dalle emissioni dei veicoli non è per nulla definito.

L'ipotesi igienista, relativa ad una effetto protettivo di infezioni sullo sviluppo dell'atopia, si basa sul concetto della competizione antigenica, descritta negli anni '60. In base a tale concetto, l'immunizzazione ad un antigene influenza nell'ospite una incapacità relativa di risposta nei confronti di un altro antigene.

A sostegno dell'ipotesi igienista, vi sono i risultati di alcuni studi epidemiologici pubblicati nel corso degli ultimi anni (34-40). Si possono citare, tra gli agenti infettivi chiamati in causa il virus dell'epatite A (34)del morbillo (37) e il micobatterio della tubercolosi (36). In realtà vi sono anche studi che presentano risultati negativi. In uno studio si documenta un modesto incremento del rischio di dermatite atopica in bambini con storia di rosolia, parotite o varicella (42). Alcuni autori hanno proposto come sia la successione di episodi infettivi diversi, a generare, di fatto, una protezione nei confronti dell'atopia (39). Il limite dei lavori citati è quello di basarsi su dati retrospettivi. In un recente studio di coorte prospettico e con validazione delle diagnosi di malattie infettive, il rischio di sviluppare dermatite atopica si riduceva di circa il 50% in bambini che sviluppavano una prima infezione respiratoria prima dei 6 mesi (40)

Questo quadro epidemiologico sottolinea come vi sia ampio spazio di ricerca per attivare nello specifico della realtà italiana uno studio epidemiologico di coorte che miri a valutare l'incidenza della condizione ed i principali fattori di rischio relati alla gravidanza all'allattamento ed alle esposizioni ambientali nel corso della prima infanzia.

In questa prospettiva viene qui proposto uno studio coorte per valutare l'incidenza di dermatite atopica dalla nascita al quinto anno di vita e studiare i fattori di rischio materni e del bambino per lo sviluppo di tale condizione .